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 Abbiamo un problema con la morte. Ce l’abbiamo noi occidentali. Basta vedere quello che esce su libri e giornali. La morte fa notizia e questo non è certo una novità. Ma non fa solo notizia la morte di qualcuno noto, o una morte violenta. E’ degna delle prime pagine dei giornali la morte in quanto tale. Soprattutto se preceduta da lunga malattia, di solito il tumore. Ma attenzione: non quella di tutti. E’ esperienza comune, ahimè, annoverare tra amici e parenti qualcuno malato di tumore, qualcuno che ne è guarito, qualcun altro no.  Quello che colpisce la nostra attenzione è il fatto che in un numero sempre crescente di casi, la “persona nota” sente l’esigenza di mettere in pubblico la propria esperienza, scrivendo libri, articoli, film, come se fosse un fatto unico ed eccezionale. Sia ben chiaro giornalisti, artisti, registi, scrittori hanno sempre parlato di malattia e morte nelle loro opere, ma il raccontare il prima persona la propria esperienza personale, senza il filtro della creazione artistica, è cosa ben diversa.

Uno dei primi fu Nanni Moretti, in “Caro Diario” con il racconto filmato del suo tumore, dalla diagnosi alla guarigione con tanto di filmato “vero” di una seduta chemioterpaica del regista. Poi, più recentemente, l’esposizione pubblica di Tiziano Terzani e, infine, un libro, quello di Corrado Sannucci, del quale abbiamo letto un’anticipazione su Repubblica del 22 aprile scorso (“A parte il cancro tutto bene”).

Fuori da ogni vis polemica (non è il caso su certi argomenti), resta però un senso di sconcerto, una dissonanza, che diventano espliciti in due domande. 1) Perché uno pensa che la propria esperienza, così profonda, umana, e per questo stesso comune, vada raccontata così, senza veli, in prima persona, addirittura immessa sul mercato culturale? Perché, anziché il pudore, il sentirsi di nuovo “comune mortale”, nasce invece questa necessità di raccontare, di “tirare fuori”?
2) Perché i lettori, gli spettatori, “la gente” è così interessata a questo tipo di esperienze? Perché questi libri, queste opere vanno a ruba? Perché il buon Tiziano Terzani diventa personaggio degno della massima attenzione quando svela la sua malattia, mentre prima, quando pure diceva e scriveva cose giustissime, in pochi lo conoscevano e consideravano?

La morte e la malattia danno il marchio di autenticità a quello che uno dice, scrive, pensa. “Ho letto il libro di quel tizio, sai quello che ha il cancro…”, come se uno in quella condizione avesse più cose da dire, più interessanti, più vere. Come se, anno più o anno meno, non fossimo tutti nella stessa condizione di “condannati a morte”. Solo che noi, gli altri, i “sani” ci percepiamo come immortali e guardiamo con curiosità ed emozione ai “poveri sfortunati” ai quali tocca morire. Scatta poi un meccanismo da Grande Fratello. Le emozioni delle persone sono diventate merce che pesa sul mercato mediatico e, come l’oro, più sono autentiche e più hanno valore. Vuoi mettere, per un giornale, poter raccontare una “storia di cancro” scritta da uno che ce l’ha per davvero e che la sa pure raccontare bene?
Spesso il livello culturale di chi racconta queste proprie esperienza, come quello dei suoi lettori, è più elevato di quello di chi guarda i reality o legge i giornali di gossip, ma la curiosità un po’ morbosa dello stile “anche i ricchi piangono” è simile.

D’altra parte anche quando si parla di costume e di leggerezze la morte incombe. Su La Stampa del 29 aprile nelle pagine di costume una bella inchiestino leggera con domande a qualche vip “Che cosa vorresti mangiare nella tua ultima cena prima di morire? Dove e con chi?”. Anche per parlare di puro piacere e di effimero, non basta citare “la cena dei tuoi sogni”, occorre fare ricorso all’escamotage narrativo di nostra “sorella morte” per gettare una luce di assoluto sul tutto.
La merce emozione rischia di mangiarsi tutto e se si vende bene la storia del proprio tumore, non altrettanto accade per la storia dei tumori di tutti, che sono in costante e continuo aumento. Sarà quello che mangiamo, sarà l’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria, il buco dell’ozono, sarà una ricerca scientifica che investe più nel trovare farmaci da vendere che in prevenzione, ma su tutto questo, a scrivere, raccontare e parlare, restano i soliti 4 catastrofisti…

Kilgore

permalink| creato da kilgore | inviato il 4/5/2008 alle 23:33

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